Ho letto con attenzione la manovra economica del Governo Meloni e c’è una questione che mi preoccupa più di tutte: il rischio che in Italia il reddito della tua famiglia e il luogo in cui nasci decidano sempre di più il tuo futuro.
E a dirlo, prima ancora della politica, sono i numeri.
Secondo l’ISTAT, nel 2024 ben 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a visite o accertamenti sanitari, per liste d’attesa, difficoltà economiche o problemi di accesso alle strutture.
E sulla sanità c’è un fatto che dovrebbe far riflettere tutti: a chiedere maggiori risorse al Governo sono anche i presidenti delle Regioni di centrodestra, compreso il presidente della Calabria Roberto Occhiuto.
Le Regioni hanno indicato un fabbisogno aggiuntivo fino a 6,8 miliardi per il 2027, mentre la manovra prevede 2,4 miliardi di nuove risorse. Una distanza di oltre 4 miliardi che preoccupa gli stessi amministratori regionali.
E il rischio, segnalato dalle Regioni, è che gran parte degli stanziamenti venga assorbita dalle spese obbligatorie: personale, farmaci, energia, contratti e gestione delle strutture. Con pochissimi margini per assumere nuovi medici, ridurre le liste d’attesa e migliorare l’assistenza.
Anche la Fondazione GIMBE, nell’analisi pubblicata oggi, evidenzia che il finanziamento della sanità pubblica, pur aumentando in valore assoluto, diminuirà in rapporto al PIL nei prossimi anni.
Insomma, il problema è riconosciuto anche da chi governa le Regioni insieme alla maggioranza nazionale. E questo dovrebbe spingere tutti a trovare risposte concrete.
E poi c’è il Mezzogiorno.
La SVIMEZ ci dice che tra il 2021 e il 2024 175.000 giovani hanno lasciato il Sud, nonostante l’aumento dell’occupazione. E che quasi un lavoratore su cinque nel Mezzogiorno vive in una condizione di povertà lavorativa.
Sono numeri sui quali dovremmo riflettere tutti, indipendentemente dall’appartenenza politica.
Perché dietro quei numeri ci sono famiglie che fanno sacrifici per curarsi, ragazzi che studiano e poi partono, persone che lavorano e faticano ad arrivare a fine mese.
E ci sono territori, come la nostra Locride, nei quali fare impresa significa ancora affrontare costi maggiori per trasportare le merci e raggiungere i mercati. La recente protesta degli autotrasportatori ce lo ha ricordato con forza.
E allora mi chiedo: quale Italia vogliamo costruire?
Un Paese nel quale le opportunità dipendono dal codice postale? Nel quale curarsi, studiare e lavorare dignitosamente diventano possibilità diverse a seconda di dove si vive?
È anche per questo che considero pericolosa un’autonomia differenziata che proceda senza garantire prima, concretamente e finanziariamente, gli stessi livelli essenziali delle prestazioni in tutto il Paese.
Condivido la battaglia di Elly Schlein per rafforzare la sanità pubblica. E credo che il Partito Democratico debba continuare a mettere al centro una grande questione nazionale: salari, sanità, scuola, giovani e Mezzogiorno.
Da sindaca so bene quanto sia difficile amministrare con risorse limitate. So che ogni bilancio impone delle scelte e che ogni scelta comporta delle responsabilità.
Ma proprio per questo sono convinta che la politica debba avere il coraggio di stabilire le priorità.
E la prima priorità deve essere quella di ridurre le disuguaglianze, investire nei servizi pubblici e creare le condizioni perché un giovane possa scegliere liberamente se partire o restare nella propria terra.
Perché un’Italia che lascia indietro il Sud, i giovani e le famiglie più fragili non sta risparmiando sul presente. Sta rinunciando a una parte del proprio futuro.
E io continuo a credere che un Paese sia davvero forte quando riesce a far crescere soprattutto chi è rimasto più indietro.
Mariateresa Fragomeni fb