di Bruno Palamara
Il 1951 è stato un anno particolarmente funesto per l’Italia, tristemente noto per la sequenza di drammatiche calamità naturali, abbattutesi in autunno su gran parte del suo territorio . Il tempo, dal punto di vista climatico, era stato sino a fine estate abbastanza normale con piogge che risultavano essere nella norma stagionale.
La situazione cambia all’inizio dell’autunno quando gravi e violenti nubifragi si abbattono prima in ottobre al Sud e nelle regioni insulari (Sicilia e Sardegna) con violente alluvioni , poi in novembre al nord nella rovinosa e devastante inondazione del Polesine nella Valle Padana, provocando centinaia di morti, decine di migliaia di senzatetto, e danni incalcolabili al patrimonio geomorfologico dell’intera penisola .
Anche la Calabria, e soprattutto il versante ionico, è colpita in autunno da continui e violenti fenomeni meteorologici con precipitazioni di eccezionale durata e intensità. In quattro giorni dal cielo cade più acqua che in un intero anno piovoso. Il pluviografo di Santa Cristina registra dal 15 ed il 18 ottobre 1770 mm di pioggia, quasi certamente superati nelle più elevate località dell’Aspromonte, producendo quella che comunemente, e tristemente, viene ricordata come “L’alluvione del ’51”.
I torrenti ed i valloni si gonfiano, gli argini sfondati, i campi invasi. La furia delle acque trascina verso il mare tutto ciò che incontra nel suo corso: abitazioni, uomini, bestie, alberi, mulini.
Il bilancio conclusivo è un disastro di proporzioni inimmaginabili: oltre 70 vittime, 4500 senzatetto, quasi 2000 abitazioni crollate o rese inabitabili, 26 ponti crollati e 77 acquedotti lesionati, in rovina l’agricoltura e la pastorizia, attività sulle quali si basava l’economia del territorio . I danni ammontano a più di 30 miliardi di lire, una cifra gigantesca per una Nazione come l’Italia in quegli anni impegnata nella faticosa ricostruzione postbellica.
Numerosi sono i comuni colpiti da questa grande calamità naturale, 68 i paesi interessati, tra i quali, i più colpiti nella Locride, Careri, Natile, Platì, Africo, Casalnuovo, Careri, San Luca, Samo, Cimina’, Caulonia, Canolo, Ardore, Bovalino. Qualcuno ha dovuto, addirittura, cambiare luogo, ricostruito a considerevole distanza dal sito originario. Accade ad Africo, che, con la sua frazione Casalnuovo, diviene nel tempo l’emblema dell’“alluvione del ’51”.
Africo ha una lunga storia complessa e complicata , una storia di sacrifici e di terremoti, come quello avvenuto il 12 febbraio 1783 (dodici morti e danni per migliaia di ducati) e quello del 1908 (ancora tanta distruzione!).
Africo era il paese de “La perduta gente”, come venne definito da quel grande filantropo che risponde al nome di Umberto Zanotti Bianco , il conte piemontese che per primo portò alla ribalta il “caso Africo”, denunciando al mondo intero nel 1928 le tristi e penose condizioni di vita di una popolazione che viveva ai primordi della civiltà, ubicato a 700 metri di altitudine in una posizione che rendeva difficile ogni rapporto con l’esterno, isolato e lontano dal mondo civile. Besozzi , autore nel 1948 in un’inchiesta per conto de “L’Europeo”, lo definì addirittura “il più povero, il più triste, il più infelice della Calabria”.
Africo era anche il comune più distante della Diocesi di Gerace sotto la cui giurisdizione operava la Parrocchia di Casalnuovo, la sua frazione: i due paesi, pur formalmente uniti in un unico Comune, costituivano, fatto unico in Italia, due diverse parrocchie, appartenendo l’una, (Africo) alla Diocesi di Bova, l’altra (Casalnuovo), alla Diocesi di Gerace e, ci piace ricordarlo, prima Parrocchia di quella nobile figura di sacerdote quale Don Antonino Pelle , il Priore del Santuario di Polsi, che tanto si spese per il popolo di Casalnuovo nella sua decennale permanenza da parroco nei primi anni trenta del secolo scorso.
Ritornando nell’ambito del nostro contesto, fin dai primi giorni di ottobre tutta la costa ionica fu interessata da una continua e fastidiosa pioggia che a metà ottobre si trasformò in un violentissimo nubifragio, da molti considerato il più intenso degli ultimi cinquant’anni. Una bufera di vento, pioggia e nevischio si abbattè ininterrottamente su Africo e Casalnuovo per quattro giorni consecutivi da domenica 15 a giovedi 18 ottobre. I due paesi, dirimpettai, che all’epoca contavano circa 3000 abitanti, furono sorpresi da questo sconvolgente nubifragio e si trovarono chiusi da ogni parte da rocce e detriti . Le fragili case cedevano sotto la violenza dell’acqua straripata dalle fiumare e sotto la forza d’urto delle frane che si portavano dietro terra, fango, pietre, alberi sradicati con la distruzione di intere colture. La maggior parte della gente cercò rifugio nei luoghi più sicuri, negli edifici più nuovi: la chiesa e le scuole.
La mattina del 19 ottobre, fortunatamente, il cielo calmò i suoi bollori, ma disastrose furono le conseguenze. Gran parte del bestiame fu trascinato dal fiume, le case per la maggior parte distrutte e sepolte, le colture devastate . Molti furono quelli che, sorpresi in campagna dal maltempo, non fecero in tempo a mettersi in salvo, perché la piena del fiume impedì loro la via del ritorno a casa. Alla fine i due paesi contarono i danni: sei le vittime a Casalnuovo, tre ad Africo (una giovane donna di 17 anni e due giovani sposi) .
I due centri erano inabitabili, la gente, smarrita, non sapeva che fare. Alla fine la decisione fu quella di abbandonare il paese, ormai distrutto, e trovare riparo altrove. Le famiglie sfollate ammontavano a circa 600 per un complesso di 2970 anime .
La “carovana dei tremila”, come fu chiamata quella grande massa di sfollati, si mise in moto già il 20 ottobre verso la salvezza, dando inizio ad un esodo di biblica memoria che vedrà la popolazione africese lottare con tutte le sue forze per mantenere a galla la sua sopravvivenza, la sua identità.
Il primo rifugio fu Bova, il paese più prossimo. Nei mesi successivi la quasi totalità della popolazione dei due paesi fu sparpagliata in vari centri della provincia reggina (Gambarie, Palmi, Fiumara di Muro, Reggio Calabria, Bova Marina), sistemata in “centri profughi”, prima di approdare dopo dieci lunghi anni in Africo Nuovo, il paese ricostruito in marina presso Capo Bruzzano in territorio di Bianco, lontano decine di chilometri dal luogo dove aveva vissuto la sua lunga storia millenaria. Ma questa è un’altra storia!
BIBLIOGRAFIA
Umberto Zanotti Bianco, Tra la perduta gente, Mondadori, Milano, 1959.
Umberto Zanotti Bianco, Lo spostamento dei centri abitati in Calabria, in Nord e Sud Dic. 1954
G. Rholfs, Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, Longo Ed., Ravena, 1974.
Pelle, Mollica, Palamara, Don Antonino Pelle, Superiore del Santuario di Polsi, Nosside, Ed. 2016
Bruno Palamara, Africo dalle origini ai nostri giorni, Arti Grafiche Edizioni, Ardore (RC), 2003. Bruno Palamara, Africo cognomi e ritratti, Laruffa Editore, (RC), 2011.
A. Oppedisano Cronistoria della Diocesi di Gerace, Tip. Isidoro Cavallaro, Gerace Superiore, 1934
F. Grimaldi, Descrizione di tremuoti accaduti nelle Calabrie nel 1783, Managò Ed, Bordighera, 1884






