R. e P.

Un tempo, la politica era considerata un’arte nobile, difficile e delicata: l’arte di ascoltare, comprendere e trovare soluzioni ai problemi della gente. Fare politica significava assumersi una responsabilità, avere una visione del futuro e, soprattutto, ricordarsi che dietro ogni decisione c’erano persone, famiglie, lavoratori, anziani e giovani che affidavano alle istituzioni le proprie speranze.

La politica di ieri, pur con tutti i suoi limiti, le sue contraddizioni e i suoi errori, conservava in molti casi il senso di una missione. C’erano uomini che si confrontavano anche duramente, che appartenevano a ideologie diverse e che difendevano con convinzione le proprie idee, ma che sapevano riconoscere il valore del dialogo e della mediazione. La differenza non era necessariamente nell’essere d’accordo, ma nel comprendere che l’avversario politico non era un nemico da abbattere, bensì una persona con cui, prima o poi, bisognava trovare un punto d’incontro per il bene comune.

Si discuteva, si trattava, si cercavano compromessi, talvolta faticosi, ma necessari. La politica si misurava sulla capacità di affrontare le questioni concrete: il lavoro, la casa, la sanità, la scuola, le strade, i servizi e le opportunità per le nuove generazioni. Il consenso era importante, certo, ma doveva essere il risultato di ciò che si era fatto, non il fine ultimo di ogni parola pronunciata.

Oggi, invece, a molti cittadini sembra di assistere a uno spettacolo nel quale il confronto sulle soluzioni lascia troppo spesso spazio alla contrapposizione permanente. Si discute per prevalere, si replica per zittire, si cerca l’applauso più che la risposta. E così la politica rischia di assomigliare sempre più a un tifo da stadio: da una parte i propri colori, dall’altra quelli avversari; da una parte chi applaude tutto ciò che dice il proprio leader, dall’altra chi contesta tutto ciò che proviene dall’altro schieramento.

In uno stadio, questo può anche essere parte del gioco. Ma in politica le conseguenze sono ben diverse, perché non si tratta di una partita che finisce al novantesimo minuto. Le decisioni politiche incidono sulla vita quotidiana delle persone, sul loro lavoro, sulla loro salute, sul futuro dei loro figli. E quando la logica del tifo prende il sopravvento, il rischio è che il cittadino smetta di essere un interlocutore da servire e diventi semplicemente uno spettatore da conquistare.

Il vero problema non è avere idee diverse: la democrazia vive proprio di pluralismo, confronto e libertà di pensiero. Il problema nasce quando l’appartenenza a uno schieramento diventa più importante della verità dei fatti, quando si difende una posizione soltanto perché è la propria e quando si considera una sconfitta personale riconoscere che l’avversario, su una determinata questione, possa avere ragione.

La politica dovrebbe avere il coraggio di dire anche ciò che non fa comodo, di riconoscere gli errori, di correggere le decisioni sbagliate e di collaborare quando l’interesse collettivo lo richiede. Perché amministrare una comunità non significa alimentare divisioni, ma cercare soluzioni; non significa raccogliere applausi a ogni costo, ma assumersi il peso delle decisioni e risponderne davanti ai cittadini.

Forse, allora, dovremmo tornare a porci una domanda semplice, ma fondamentale: un politico va giudicato per quanto è bravo a difendere la propria parte o per quanto è capace di migliorare la vita di tutti?

La risposta dovrebbe essere scontata, eppure oggi sembra necessario ricordarla.

La politica non dovrebbe essere una gara a chi urla più forte, a chi scredita meglio l’avversario o a chi riesce a conquistare più sostenitori. Dovrebbe essere il luogo in cui le differenze si incontrano, le idee diventano progetti e le promesse si trasformano in risultati.

Perché il popolo non ha bisogno di tifosi che applaudano ogni scelta, né di leader da idolatrare. Ha bisogno di rappresentanti capaci di ascoltare, decidere, risolvere e rendere conto del proprio operato.

La politica, quella autentica, non è l’arte di conquistare il potere, ma la responsabilità di metterlo al servizio delle persone.

E quando torneremo a giudicare la politica non dal colore della maglia, ma dalla concretezza dei risultati, forse torneremo anche a comprendere il suo significato più alto: non dividere il popolo in tifoserie contrapposte, ma lavorare, pur nelle differenze, per il bene di tutti.

Giampiero Audino referente circolo di Siderno Futuro Nazionale