Accanto a queste anche un esponente della Camorra, nello specifico del clan dei Casalesi, ma anche soggetti vicini alla Quarta Mafia foggiana, e facendo conto inoltre su complici cinesi e albanesi. Un’associazione, insomma, dal respiro transnazionale, che avrebbe contato su una protezione armata e che avrebbe utilizzato proprio i metodi mafiosi per imporre il proprio controllo sul territorio lombardo.
È quanto hanno ricostruito gli uomini della Guardia di Finanza meneghina e di Monza Brianza, che stamani hanno fatto scattare le manette ai polsi di trenta persone, e sequestrato beni per un valore che supera i 21 milioni di euro.
L’indagine avrebbe fatto luce, dunque, su un presunto gruppo criminale che avrebbe gestito una vera e propria banca occulta transnazionale, con a capo i tre calabresi, e che con modalità clandestine tipiche dei cosiddetti sistemi di “underground banking”, sarebbe stata capace di muovere enormi flussi di denaro attraverso un sistema suddiviso in quattro fasi distinte.
In pratica, inizialmente si raccoglieva del denaro in contante proveniente da illeciti tributari (tramite due cinesi) e da ingenti traffici di droga gestiti dai clan (tramite un calabrese). Poi l’organizzazione emetteva fatture false contando su una fitta rete di società “cartiere” intestate a dei prestanome.
La conversione in criptovalute
I fondi venivano così retrocessi in contanti agli imprenditori compiacenti trattenendo una commissione variabile, mentre le eccedenze bonificate verso conti esteri in Lussemburgo, Lituania e Germania, e da lì convertite in criptovalute per ostacolarne la tracciabilità.
La stessa modalità sarebbe stata usata anche per riciclare denaro proveniente da truffe perpetrate attraverso il “phishing”: le indagini finanziarie hanno infatti disvelato l’accredito sui conti bancari delle società “cartiere” anche di numerosi bonifici di persone che avevano sporto denuncia in quanto, nel tentativo di effettuare investimenti in criptovalute, erano rimaste vittime di truffe on line.
L’imponente giro di fatture
Nel corso dell’inchiesta – coordinata dalla Procura di Milano – si sarebbero ricostruite, nel complesso, false fatturazioni per oltre 110 milioni di euro individuando anche trasferimenti di denaro all’estero per circa 68 milioni.
Durante il blitz, che hanno coinvolto oltre trecentocinquanta militari delle Fiamme Gialle anche in Spagna e Svizzera, è scattato un decreto di sequestro preventivo di contanti, conti correnti, criptovalute, auto e beni di lusso.
Parte dei proventi illeciti accumulati dall’organizzazione sarebbe destinata alla creazione di un vero e proprio fondo di solidarietà mafioso volto a sostenere economicamente i membri della ‘Ndrangheta attualmente detenuti.
Le indagini avrebbero inoltre fatto luce su episodi di grave infedeltà istituzionale e corruzione all’interno degli apparati pubblici. Tra i soggetti segnalati figurano infatti un dipendente del Tribunale di Milano che, con la complicità di un avvocato, avrebbe eseguito degli accessi abusivi ai sistemi informatici per spiare lo sviluppo delle indagini, e un ex appartenente alla Guardia di Finanza accusato di aver venduto informazioni riservate a un indagato.
Nel corso dell’operazione sono state effettuate perquisizioni nelle provincie di Milano, Monza Brianza, Brescia, Como, Lecco, Bergamo, Varese, Pavia, Torino, Vercelli, Biella, Alessandria, Parma, Modena, Mantova, Prato, Firenze, Bari, Brindisi, Reggio Calabria, Crotone, Lamezia Terme, Napoli, Salerno, Caserta e Foggia.
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