A CURA DI D.ENZO RUGGIERO
C’è una frase nel Vangelo di oggi che può lasciarci perplessi: «Gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Gesù racconta di un padrone che esce più volte durante la giornata per chiamare operai nella sua vigna. Alcuni lavorano dall’alba, altri arrivano soltanto alla fine. Eppure, al momento della paga, tutti ricevono la STESSA somma.
Istintivamente viene da pensare che gli operai della prima ora abbiano ragione a protestare. Hanno lavorato di più, hanno sopportato il peso della giornata e il caldo. Perché devono ricevere quanto quelli che hanno lavorato soltanto un’ora?
Ma Gesù non sta tenendo una lezione sui contratti di lavoro. Sta parlando di DIO.
E ci sta dicendo che il rapporto con Dio non può essere ridotto a una CONTABILITÀ: io ho fatto tanto, quindi merito tanto; quell’altro ha fatto meno, quindi deve ricevere meno.
Dio non ci ama perché ce lo siamo meritato. Ci ama perché siamo suoi FIGLI.
Il vero problema degli operai della prima ora, allora, non è ciò che hanno ricevuto: il padrone ha dato loro esattamente quanto aveva promesso. Il problema nasce quando guardano ciò che hanno ricevuto gli ALTRI. E la gioia per il proprio bene si trasforma in amarezza davanti al bene dell’altro.
È un rischio molto umano. Anche noi qualche volta misuriamo la nostra vita confrontandola continuamente con quella degli altri: perché a lui sì e a me no? Perché quella persona ha ricevuto di più? Perché Dio sembra essere stato più generoso con lei?
Gesù oggi ci invita a cambiare SGUARDO.
La fede non consiste nel controllare quanto Dio abbia dato agli altri, ma nel riconoscere quanto GRATUITAMENTE abbia amato noi.
E forse la domanda più importante non è: «Quanto riceverò?», ma: «Sono contento che Dio sia buono anche con chi è arrivato dopo di me?».
Perché il cuore di Dio non conosce privilegi: continua a uscire sulle strade, fino all’ultima ora, perché NESSUNO rimanga senza essere chiamato nella sua vigna.

