R. e P.

di Francesco Rao *

Morire a diciotto anni, come è accaduto al giovane studente accoltellato a La Spezia, ucciso in classe da un coetaneo, non è soltanto una notizia di cronaca. È una ferita profonda che attraversa la scuola, la comunità educante, la società tutta. È uno di quegli eventi che non si possono archiviare con la fretta dell’informazione, perché chiedono silenzio, riflessione, responsabilità. Chi insegna sa che l’aula non è mai solo uno spazio fisico. È un microcosmo vivo, abitato da bellezza, cultura, attese, fragilità e sogni. Dentro una classe si cresce, si sbaglia, si impara a stare con gli altri. È il luogo in cui la parola dovrebbe prevalere sul gesto, il confronto sulla sopraffazione, il pensiero sull’impulso. Per questo ciò che è accaduto appare ancora più intollerabile: la violenza ha violato il luogo che, per definizione, dovrebbe educare alla vita. A scuola si portano penne, matite, libri, quaderni, tablet.

Si portano domande, inquietudini, entusiasmi. Non può esserci spazio nello zaino per coltelli, né può entrare dalla porta dell’istituzione scolastica l’odio, il rancore, la logica dell’annientamento dell’altro. Quando questo accade, non siamo di fronte solo a un gravissimo reato, ma anche al segnale di un disagio più profondo, latente, che interpella tutti: famiglie, scuola, comunità, istituzioni. Forse oggi il patto educativo tra scuola e famiglia appare spesso asimmetrico, fragile, incapace di dialogare in modo autentico. Si fatica a costruire un mondo educativo “reale”, coerente, capace di dare ai giovani strumenti per decodificare le emozioni, attraversare il conflitto, affrontare la frustrazione. In questo vuoto rischiano di prevalere l’autoconservazione, l’idea di affermare sé stessi contro tutto e tutti, lasciando che la rabbia diventi linguaggio e l’altro un ostacolo da eliminare. La violenza, oggi, sembra avere un paradigma diverso rispetto al passato. Chi intralcia il cammino dei desideri viene percepito non come interlocutore, ma come nemico. Si perde il senso del limite, dell’errore come occasione di crescita, del confronto come possibilità di maturazione. Eppure, educare significa proprio questo: insegnare che il conflitto non va negato, ma attraversato senza distruggere; che si può discutere, anche litigare, senza farsi male; che la democrazia è fatica, ma anche straordinaria opportunità di riconoscimento reciproco. Si parla spesso di educazione alle emozioni, di scuola della non violenza. Sono parole necessarie, ma insufficienti se non diventano pratiche quotidiane. I giovani hanno bisogno di spazi veri: per vivere, confrontarsi, giocare, suonare, cantare, sperimentare relazioni significative. Spazi in cui sentirsi visti, ascoltati, accompagnati. Spazi in cui imparare che la libertà dell’uno finisce dove inizia la dignità dell’altro. Anche il mondo del lavoro sta cambiando, e chi sta scrivendo il futuro sa che le competenze tecniche non bastano più. Servono capacità relazionali, propensione al lavoro di gruppo, intelligenza emotiva. Ma queste competenze non nascono per caso: si costruiscono nel tempo, a partire dai contesti educativi, dalle relazioni, dagli esempi. Oggi, però, il pensiero va prima di tutto a quel ragazzo di diciotto anni che non potrà realizzare i suoi sogni, a una famiglia che ha perso un figlio, a una scuola ferita nella sua funzione più alta. La scuola, da sempre, è il luogo che rende possibile migliorarsi, crescere insieme, non lasciare indietro nessuno. Quando viene violata, non perde solo un ragazzo: perde un pezzo della sua promessa. Ed è una promessa che siamo tutti chiamati, con umiltà e coraggio, a ricostruire.

* sociologo e docente a contratto – Università “Tor Vergata” di Roma