Dalla Piana di Sibari a Siderno la presenza accende polemiche. L’ennesimo tour politico nei territori colpiti dal maltempo riapre una domanda ormai inevitabile: a cosa servono davvero queste visite?

C’è un momento preciso, dopo ogni alluvione in Calabria, in cui arriva la politica nazionale. Accade sempre allo stesso modo: quando l’acqua si ritira, quando il fango è ancora nelle case, quando agricoltori e famiglie stanno tentando di salvare quel poco che resta. È in quel momento che iniziano i sopralluoghi, le strette di mano, i racconti raccolti tra le macerie. Ed è esattamente dentro questo copione già visto che si inserisce la visita della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, prima nella Piana di Sibari colpita dal ciclone Nils e poi a Siderno, tra Comune e lungomare devastato dall’alluvione Harry.

Le parole utilizzate nel messaggio social sono forti, emotive, costruite attorno a storie vere e dolorose: famiglie alluvionate più volte, aziende agricole distrutte, cittadini che aspettano aiuti mai arrivati. Racconti che colpiscono, certo. Ma che aprono anche una domanda inevitabile: serviva davvero una visita per scoprire ciò che in Calabria si denuncia da decenni?

Il dissesto idrogeologico non è una novità, non è un’emergenza improvvisa, non è un evento straordinario. È una condizione strutturale di un territorio fragile, abbandonato a manutenzioni intermittenti e a promesse cicliche. Parlare oggi di prevenzione suona quasi come una constatazione tardiva, perché qui le alluvioni non sorprendono più nessuno: arrivano, distruggono e poi vengono raccontate.

A Sibari si è parlato di ristori, sospensione dei tributi, sicurezza del territorio. A Siderno si è ripetuto lo stesso schema davanti a un lungomare ferito, simbolo di un’emergenza che si ripete con inquietante regolarità. Ma tra dichiarazioni e realtà resta un vuoto evidente: nessun impegno concreto, nessuna proposta immediatamente verificabile, nessuna risposta operativa per chi oggi deve ripartire.

Eppure non sono solo i contenuti a lasciare perplessi. A pesare è soprattutto la forma. La visita viene presentata come riservata, lontana dai riflettori, senza televisioni e senza clamore mediatico. Ma poche ore dopo compaiono fotografie ufficiali, video, riprese, interviste e una narrazione social perfettamente costruita. Una contraddizione che non passa inosservata.

Se una visita è davvero discreta, non ha bisogno di fotografi al seguito. Se invece viene documentata in ogni passaggio e rilanciata sui social, allora diventa inevitabilmente comunicazione politica. Ed è proprio questa ambiguità a generare la sensazione più amara: quella di territori trasformati ancora una volta in scenografia del racconto politico nazionale.

La Calabria, ormai, conosce bene questo meccanismo. Arrivano i leader, ascoltano, promettono attenzione, ringraziano volontari e protezione civile — che sono gli unici, spesso, a restare davvero quando le telecamere vanno via — e poi tutto torna lentamente nel silenzio istituzionale. Nel frattempo, gli argini restano fragili, i fiumi non vengono puliti, le procedure restano lente e i ristori continuano a tardare.

Il problema non è la visita in sé. La presenza istituzionale è importante, persino necessaria. Il problema nasce quando la presenza sostituisce l’azione, quando l’immagine prende il posto delle soluzioni e quando il racconto social diventa più veloce delle decisioni politiche.

In questo contesto, la giornata calabrese della segretaria dem appare a molti come un tentativo di rincorrere la politica delle presenze simboliche, dopo la recente visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, tornata per la seconda volta a Niscemi. Ma la competizione sulle presenze non risolve i problemi di chi vive nelle aree alluvionate.

Perché alla fine resta una verità semplice e difficile da ignorare: i cittadini non hanno bisogno di leader che arrivano dopo le emergenze, ma di politiche che impediscano alle emergenze di ripetersi. E mentre la politica discute, racconta e fotografa, in Calabria si continua a spalare fango.

Per ora, più che risposte, restano le immagini. Quelle pubblicate sul profilo Facebook della segretaria del Partito Democratico. E il dubbio, sempre più diffuso, che tra dichiarazioni e realtà la distanza sia ancora troppo grande.

Giuseppe Mazzaferro telemia.it