Un episodio che avrebbe richiesto un intervento immediato si è trasformato in una lunga e angosciante corsa contro il tempo. È quanto accaduto al piccolo Salvatore, un bambino di Crotone che ha rischiato di soffocare dopo aver inalato un’arachide. La sua vicenda riaccende i riflettori sulle gravi carenze della sanità calabrese, priva – come denunciato dalla stessa famiglia – di un broncoscopio pediatrico funzionante in tutta la regione.
La sera dell’incidente, il bimbo viene portato d’urgenza al Pronto Soccorso di Crotone, dove il personale del San Giovanni di Dio interviene tempestivamente con esami diagnostici e monitoraggi. Il sospetto di inalazione è chiaro: serve una broncoscopia immediata. Ma l’ospedale non possiede la strumentazione pediatrica necessaria.
Da qui inizia un drammatico giro di telefonate. L’ospedale di Catanzaro prima accenna una disponibilità, poi comunica di non avere il broncoscopio pediatrico. Cosenza sembra potere accogliere il bambino, al punto che l’ambulanza viene predisposta e il piccolo è già sulla barella. Ma anche da lì, poco dopo, arriva un secondo stop: manca un componente dell’apparecchiatura. Il trasferimento viene annullato mentre i genitori osservano impotenti.
Il bambino, in codice rosso, resta dunque ricoverato a Crotone, mentre la paura cresce: il corpo estraneo potrebbe spostarsi, gonfiarsi, ostruire completamente il bronco. È la primario di Pediatria, la dottoressa Zampogna, a intervenire personalmente anche da casa, contattando centri fuori regione fino a ottenere la disponibilità del Santobono di Napoli. Per il maltempo non è possibile un trasferimento aereo, quindi si parte in ambulanza, accompagnati dal dottor Ivan Martinez. A Napoli, l’équipe del Santobono rimuove il corpo estraneo d’urgenza, salvando la vita al piccolo.
La madre, Ramona, ha scelto di raccontare pubblicamente l’accaduto, trasformando la propria paura in una denuncia civile: com’è possibile che un’intera regione non sia dotata di un broncoscopio pediatrico funzionante? Come possono due ospedali hub rifiutare un bambino in pericolo di vita? È accettabile che una famiglia debba sperare che un ospedale non dica “no” mentre un figlio rischia di soffocare?
Nella sua lettera aperta, Ramona sottolinea la dedizione del personale di Crotone, ma ribadisce che non può essere il sacrificio dei singoli a supplire alle lacune strutturali. Chiede verifiche immediate sulle dotazioni pediatriche, percorsi d’emergenza sicuri e la garanzia che i bambini calabresi abbiano gli stessi diritti degli altri piccoli pazienti italiani.
Il suo messaggio è chiaro: «Mio figlio è stato salvato non grazie al sistema, ma nonostante il sistema. E non è così che dovrebbe funzionare la sanità pubblica».
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