COMUNICATO STAMPA SULL’ADOZIONE DEL PIANO STRUTTURALE DI MARINA DI GIOIOSA IONICA.

Ci sono atti amministrativi che non restano confinati tra le carte. Perché non parlano soltanto agli addetti ai lavori: parlano alla città. L’adozione del Piano Strutturale Comunale da parte del Consiglio comunale di Marina di Gioiosa Ionica, avvenuta nei giorni scorsi, è uno di questi atti.
Il Piano strutturale non è un documento neutro. È la traduzione, in norme e scelte, di una domanda semplice e insieme decisiva: che città vogliamo essere? Una città che cresce per addizione disordinata, per frammenti, per opportunità occasionali; oppure una città che governa la propria trasformazione, che misura lo sviluppo con la qualità della vita, che considera il territorio non una merce ma una responsabilità.
Il PSC – se preso sul serio – serve esattamente a questo: a porre ordine dove c’è stato disordine, a indicare una direzione dove per anni si è proceduto per inerzia, a fissare un criterio di giustizia tra chi vive oggi e chi vivrà domani. Per questo l’adozione è un fatto importante. E, proprio perché importante, pesa ancora di più il tempo che è stato necessario per arrivarci: un procedimento che si è trascinato troppo a lungo.

Il rispetto per le istituzioni non esclude la franchezza. Un passaggio così decisivo, per peso e ricadute, avrebbe meritato una seduta consiliare ad hoc, chiaramente riconoscibile come tale, adeguatamente pubblicizzata e accompagnata da un percorso preliminare di ascolto e confronto che coinvolgesse la collettività. Non per formalismo, ma per sostanza: un Piano strutturale, quando è davvero “strutturale”, deve essere anche socialmente comprensibile e civicamente condiviso.
A maggior ragione perché sono trascorsi otto anni dall’interruzione del percorso amministrativo che, nel 2017, ne aveva definito pressoché integralmente i contenuti. In otto anni non cambia solo la politica: cambiano le persone, le fragilità, i bisogni, l’economia locale, le dinamiche abitative. Cambiano – e non poco – anche normative, indirizzi sovraordinati e cultura urbanistica, sempre più orientata alla sostenibilità, alla resilienza, alla gestione del rischio e alla rigenerazione. Proprio per questo, l’adozione avrebbe richiesto un impulso partecipativo preventivo più forte, capace di aggiornare la discussione pubblica e di verificare, con metodo e trasparenza, come i grandi principi del Piano si innestino nella rinnovata dinamica sociale della città. Perché un Piano, se resta confinato tra uffici e aule, rischia di essere percepito come un atto calato dall’alto; mentre dovrebbe essere vissuto come una bussola comune.
Detto ciò, è giusto ricordare – senza spirito di rivalsa e senza nostalgia, ma con precisione – che l’Amministrazione comunale 2013–2017, espressione di “Libertà è Partecipazione”, ha affrontato quel percorso con decisione, sbloccandone l’iter dopo anni e contribuendo in modo determinante a definire pressoché integralmente gli elementi essenziali del Piano.
In quegli anni la pianificazione non era, per noi, un esercizio formale. Era una scelta politica nel senso più alto: un modo di intendere la cosa pubblica come bene comune. Bene comune significa, concretamente, assumere che il territorio è finito; che il consumo di suolo non può essere la scorciatoia di ogni stagione; che riqualificare l’esistente è più difficile ma più giusto che inseguire l’espansione; che contrade e frazioni non sono periferie di serie B ma pezzi di città con pari dignità; che lo spazio pubblico è una misura di civiltà; che rigenerare non vuol dire solo rifare muri, ma ricostruire legami, opportunità, fiducia.
In questo quadro, riteniamo importante chiarire un punto spesso frainteso, e che torna centrale ogni volta che si parla di scelte urbanistiche: “consumo di suolo zero” non significa impedire lo sviluppo. Non è un no ideologico alla città che cambia. È, semmai, un sì più esigente: sì alla trasformazione che non divora territorio; sì allo sviluppo che non allarga il perimetro senza necessità, ma che valorizza ciò che già esiste.
Consumo di suolo zero significa, in concreto, cristallizzare un modello di crescita che mette al centro la rigenerazione urbana, la ristrutturazione, il recupero del patrimonio edilizio, la riqualificazione degli spazi pubblici, l’efficienza energetica, la sicurezza e la qualità architettonica. Significa far diventare opportunità ciò che per anni è stato considerato un problema: edifici incompiuti, vuoti urbani, tessuti degradati, aree sottoutilizzate. È su questo terreno che si misura un’idea moderna di sviluppo: meno espansione e più qualità; meno consumo e più valore.
Per questo, in questa nota, vogliamo ringraziare chi – con ruoli diversi – ha contribuito a un percorso così impegnativo.
Anzitutto l’assessore Isidoro Napoli, per la passione e la dedizione con cui si è speso sulla rigenerazione urbana, sociale e culturale, ricucendo competenze e passaggi amministrativi, tenendo insieme fili che rischiavano di spezzarsi.
Un ricordo grato va all’architetto Stefano Cortale, che ci ha lasciati troppo presto: innamorato di Marina di Gioiosa Ionica, convinto che questa città meritasse una visione e che la visione dovesse tradursi in scelte.
E un altro ricordo, altrettanto riconoscente, va al professor Giuseppe Imbesi, anch’egli scomparso, urbanista colto e attento, che ha contribuito con rigore e profondità a dare al Piano una struttura di senso, oltre che una struttura tecnica.
Ringraziamo i tecnici comunali che hanno partecipato con serietà e impegno: l’architetto Angela Alfieri e l’architetto Nico Tucci. E un ringraziamento particolare va all’ingegnere Nando Errigo, per l’impegno instancabile, la competenza e la responsabilità con cui ha sostenuto l’elaborazione del Piano.
Infine, vogliamo ricordare il gruppo di giovani professionisti che la nostra Amministrazione scelse di coinvolgere per la rigenerazione urbana: architetti, ingegneri, ma anche psicologi e filosofi. Fu un esperimento di partecipazione reale, non ornamentale. Un modo per dire che un Piano non è soltanto geometria e vincoli, ma anche vita, fragilità, aspirazioni, identità.
E proprio perché crediamo nella continuità delle scelte utili alla comunità, sentiamo di aggiungere un auspicio, tanto semplice quanto necessario: che anche il Piano Comunale Spiagge, dopo tanto – troppo – tempo, venga finalmente definitivamente adottato e reso operativo. Anche quello è uno strumento decisivo per una città costiera come la nostra: per governare l’uso del demanio, garantire regole chiare, tutelare l’ambiente, sostenere un’economia turistica ordinata e trasparente, ridare qualità e accessibilità alla fascia litoranea. Nel 2017, anche quel Piano era stato pressoché completato dalla nostra Amministrazione: completarne l’iter significherebbe non disperdere lavoro e competenze già messe a disposizione della città.
Infine, c’è un punto che riteniamo decisivo. Un Piano, per quanto ben costruito, rischia di restare un oggetto estraneo se non viene conosciuto, compreso, discusso. Per questo rinnoviamo un invito chiaro: si aprano tavoli di confronto e di condivisione sul PSC, non solo tra tecnici e addetti ai lavori, ma con la collettività. Si coinvolgano le associazioni, i cittadini, gli amministrati, le realtà economiche e culturali, perché un grande strumento di governo del territorio non può vivere soltanto negli uffici: deve diventare linguaggio comune, consapevolezza diffusa, responsabilità condivisa.
Marina di Gioiosa Ionica ha bisogno di una pagina nuova: una stagione in cui il Comune non sia percepito come un edificio separato dalla città, ma come una casa aperta; in cui le decisioni non siano soltanto “comunicazioni” da subire, ma scelte da comprendere e, quando possibile, da accompagnare. Se il PSC nasce per dare ordine e futuro, il modo migliore per renderlo davvero efficace è far sì che la comunità se ne senta parte. Aprire quei tavoli significherebbe aprire una fase di rinnovata corresponsabilità, l’unica condizione perché i grandi strumenti non restino promesse, ma diventino cambiamento.
Sindaco, Assessori e Consiglieri comunali 2013–2017 del gruppo “Libertà è Partecipazione”