Si è chiuso nei giorni scorsi davanti al Tribunale penale di Locri un processo che, per mesi, ha ruotato attorno a una domanda semplice e insieme sfuggente: chi aveva davvero sottoscritto quel contratto di energia elettrica?
Sul banco degli imputati sedeva B. L., accusato di essersi sostituito alla madre della sua ex compagna, G.A., per attivare una fornitura Enel nella propria abitazione di via Angelo Cusmano. Una vicenda minuta, apparentemente ordinaria, ma che la Procura aveva trasformato in un caso di sostituzione di persona aggravato dalla recidiva.
Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe firmato il contratto imitando la grafia della donna e inviando alla società anche la copia della sua carta d’identità.

Un gesto che, se provato, avrebbe configurato un inganno ai danni della società fornitrice e della stessa G.A.
Ma il processo, come spesso accade, ha raccontato un’altra storia.
Udienza dopo udienza, tra dichiarazioni contraddittorie e ricostruzioni parziali, la vicenda ha iniziato a perdere nitidezza. Le testimonianze, analizzate una a una, non hanno mai indicato con sicurezza l’imputato come autore materiale della sottoscrizione contestata. Nessun riscontro decisivo, nessuna prova capace di superare quella soglia invalicabile che il diritto penale impone: il dubbio ragionevole.
La difesa, guidata dall’avvocato Antonio Sotira con il supporto del dott. Marco Zucco, ha insistito proprio su questo punto: un’indagine fragile, un’istruttoria che non ha saputo trasformare sospetti in certezze, un mosaico probatorio rimasto incompleto.
Alla fine, il giudice ha pronunciato la formula più netta: assoluzione perché il fatto non è stato commesso dall’imputato. Una decisione che chiude il procedimento e restituisce all’uomo la piena innocenza, mentre le motivazioni saranno depositate entro trenta giorni.
Come riporta Rocco Muscari, in un territorio dove la cronaca giudiziaria spesso racconta storie complesse e drammatiche, questa vicenda ricorda che anche nei casi più piccoli la giustizia deve misurarsi con la precisione, la cautela e il rispetto del principio fondamentale che guida ogni processo: nessuno può essere condannato senza prove solide, chiare, incontrovertibili.