Nel settore dell’abbigliamento tecnico per la montagna la qualità del prodotto dipende in larga parte da due fattori: la materia prima e il modo in cui viene lavorata. La scelta dei filati, la gestione della filiera e le modalità di produzione incidono direttamente sulle prestazioni dei capi e sulla loro durata nel tempo.

Chi si muove in questo ambito con scelte orientate alla qualità è Elbec, realtà fondata nel 2016 da Federico Sordini in Val Pettorina (Dolomiti). L’azienda lavora lana merino proveniente da allevamenti italiani e sviluppa una produzione che unisce capi tecnici per l’outdoor e accessori realizzati attraverso una rete di artigiane e artigiani locali.

Abbiamo parlato con Sordini proprio per capire com’è nato questo progetto e quali scelte guidano oggi il lavoro dell’azienda.

Perché avete scelto di produrre in montagna?

«Perché il progetto nasce dal rapporto diretto con il territorio in cui viviamo e lavoriamo. La Val Pettorina e l’ambiente delle Dolomiti non sono solo il luogo in cui ha sede l’azienda: sono il contesto in cui utilizziamo i prodotti e che ha orientato fin dall’inizio il modo in cui li progettiamo.

Chi vive la montagna sa che materiali e capi devono funzionare davvero, perché vengono usati in condizioni climatiche variabili e spesso impegnative. Questo rapporto con l’ambiente alpino incide sulle scelte tecniche, sui filati e sulla costruzione dei prodotti.

C’è poi un aspetto operativo. La filiera tessile può essere lunga e frammentata, con molti passaggi intermedi difficili da verificare. Lavorare qui significa operare su una scala diversa e decidere di seguire direttamente i passaggi principali.

Per questo abbiamo scelto di costruire una filiera il più possibile interna al territorio nazionale: lana merino proveniente da allevamenti italiani, trasformazione seguita in Italia, relazioni dirette con chi partecipa alle lavorazioni. Questo comporta limiti in termini di volumi e logistica, ma rende il processo leggibile e tracciabile».

Come è iniziata la vostra attività?

«L’attività è iniziata con le calze da trekking, che sono state il primo prodotto sviluppato e che continuano ancora oggi a rappresentare un riferimento importante per il nostro lavoro. Fin dall’inizio l’idea era quella di realizzare un capo tecnico coerente con i principi del progetto: materia prima naturale, filiera il più possibile tracciabile e lavorazioni seguite sul territorio nazionale.

Per questo utilizziamo lana merino Extra Fine proveniente da allevamenti della Nuova Zelanda.. La fibra è mulesing-free e viene trasformata interamente in Italia, evitando trattamenti al cloro e limitando al minimo l’impiego di plastica nel ciclo produttivo. L’obiettivo è mantenere le proprietà naturali della lana, che offre traspirabilità, capacità di termoregolazione e resistenza all’usura.

La lana è un prodotto incredibilmente performante e allo stesso tempo 100% naturale che ha accompagnato l’uomo per decine di migliaia di anni. Il nostro sogno è che la maggior parte dei materiali sintetici possa essere abbandonato in favore di prodotti naturali che hanno un impatto molto minore sull’ambiente: basti pensare alle microplastiche!

Con il tempo il lavoro sulle calze si è ampliato, seguendo le diverse modalità con cui si vive la montagna nelle varie stagioni. Accanto ai modelli pensati per il trekking abbiamo sviluppato anche soluzioni per l’ambiente invernale, come le calze termiche da sci, progettate per accompagnare lunghe giornate sulla neve. In questo caso entrano in gioco esigenze specifiche: mantenere il calore senza creare eccessivo spessore all’interno dello scarpone, gestire l’umidità durante l’attività e garantire comfort per molte ore.

A partire da questa esperienza la produzione si è progressivamente estesa anche ad altri capi e accessori in lana merino e cotone biologico, pensati per diverse modalità di utilizzo».


Come si declina la vostra proposta nelle stagioni più miti?

«La lana merino è spesso associata esclusivamente ai mesi invernali, ma le sue caratteristiche la rendono adatta anche a periodi più temperati. Per questo accanto ai prodotti pensati per il freddo abbiamo sviluppato una linea di berretti leggeri in lana merino, realizzati attraverso il progetto della Manifattura Diffusa e pensati per chi cerca un filato naturale anche nelle mezze stagioni.

La scelta della materia prima resta coerente con l’impostazione generale del progetto: filati certificati, lavorazioni seguite sul territorio e attenzione alla tracciabilità. Cambia il peso del filato e la destinazione d’uso, ma non il criterio produttivo.

L’obiettivo è offrire una continuità di proposta durante tutto l’anno, mantenendo la stessa attenzione alla qualità della fibra e alla modalità di realizzazione, sia che si tratti di capi più strutturati sia di accessori più leggeri».

Ha accennato al progetto della Manifattura Diffusa. Di cosa si tratta?

«La Manifattura Diffusa è un progetto che abbiamo avviato nel 2018 e consiste nel coinvolgere una rete di persone che lavorano sul territorio, invece di concentrare tutto in un unico laboratorio.

Coinvolgiamo artigiane e artigiani della Val Pettorina e delle aree limitrofe che sanno lavorare a maglia o all’uncinetto. I filati vengono forniti da noi: sono italiani, provenienti da greggi italiani di pecore merinizzate che pascolano allo stato brado tra Abruzzo e Puglia lungo gli antichi percorsi del Tratturo Magno. Filatura e tinteggiatura viene effettuata in Italia sotto il nostro stretto controllo. La realizzazione dei capi avviene manualmente, spesso da casa, secondo modalità compatibili con la vita quotidiana di chi partecipa.

Questo assetto permette di mantenere la lavorazione radicata nella valle e di integrare competenze già presenti nella comunità locale. Non escono semilavorati da completare altrove: l’oggetto prende forma direttamente nelle mani di chi lo realizza.

All’interno di questo modello rientrano anche i VANZAROT, berretti ottenuti dal recupero dei filati residui. I colori e le combinazioni dipendono dalla disponibilità dei materiali e dall’interpretazione di chi li lavora. Ogni pezzo è diverso dall’altro. Il riutilizzo degli avanzi consente di ridurre gli scarti e di valorizzare integralmente ciò che è già stato prodotto».

Che valore attribuite al riconoscimento ricevuto dalla stampa estera?

«Il confronto con realtà internazionali è un passaggio importante perché misura il prodotto su parametri tecnici, non su percezioni. Le nostre calze sono state valutate dalla rivista slovena Planiski Vestnik, che le ha indicate come le migliori tra diciotto brand internazionali presi in esame.

Si tratta di un riscontro che riguarda la qualità del prodotto finito, quindi la scelta della lana merino, la costruzione tecnica e la resa in condizioni di utilizzo reale. Non modifica il nostro metodo di lavoro, ma conferma che l’impostazione adottata – dalla selezione della materia prima fino alla trasformazione – produce risultati competitivi anche in un contesto più ampio.

Il riconoscimento ha valore perché nasce da una comparazione diretta tra prodotti e non da una valutazione interna. È un elemento che si inserisce in un percorso già definito, fondato sulla coerenza della filiera e sulla qualità della realizzazione».

Che rapporto intendete costruire con chi sceglie i vostri prodotti?

«Chi acquista un nostro prodotto entra in relazione con un processo, non solo con un oggetto. La provenienza della lana, la lavorazione sul territorio nazionale, il coinvolgimento diretto di artigiane e artigiani locali sono elementi che fanno parte del risultato finale tanto quanto la funzionalità tecnica.

Non proponiamo un consumo rapido. Ogni capo è pensato per durare e per essere utilizzato nel tempo, in modo coerente con le caratteristiche della fibra e con l’ambiente per cui è stato progettato.

Scegliere i nostri prodotti significa quindi sostenere un modello produttivo che mantiene la filiera tracciabile, riduce gli sprechi attraverso il recupero dei filati e valorizza competenze manuali presenti sul territorio. Il valore non si esaurisce nella prestazione tecnica, ma comprende il modo in cui il prodotto viene realizzato».

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