Vicinanza piena e incondizionata alla famiglia del giovane coinvolto, affetto autentico a tutta la città di Siderno. È da questi sentimenti fondamentali che occorre prendere le mosse per analizzare un episodio doloroso che ha scosso profondamente gli animi, ma che non può e non deve trasformarsi in una condanna sommaria per un intero territorio.

Viviamo un periodo storico complesso, drammaticamente segnato da guerre globali, disuguaglianze crescenti, precarietà economica e da una sottile, strisciante aggressività sociale. Un tempo, i contrasti tra ragazzi si risolvevano nell’immediatezza di uno scontro verbale o di un diverbio che finiva lì: la presenza salda dei punti di riferimento della comunità – educatori, anziani, vicini di casa, figure di quartiere – interveniva per far stringere le mani ai giovani contendenti. Da quelle paci fatte a testa alta sono nate, molto spesso, amicizie durature e sincere.

Oggi quell’equilibrio appare spezzato. L’uso distorto e pervasivo dei dispositivi digitali e dei social media contribuisce ad amplificare la rabbia, trasformando ogni scontro in una cassa di risonanza virtuale dove la gogna pubblica sostituisce il confronto umano. Centinaia di episodi simili vengono diffusi e spettacolarizzati ogni giorno sui display delle nostre tasche, alimentando narrazioni tossiche e generalizzazioni affrettate.

Ma la risposta a questo fenomeno non può essere la ricerca di un capro espiatorio, né la stigmatizzazione di chi cerca riscatto o integrazione. Nessun tipo di disagio o difficoltà sociale può mai giustificare la violenza o l’odio; allo stesso tempo, la responsabilità non è mai di chi emigra in cerca di una vita migliore, lavora con dignità e trova una nuova casa e una nuova comunità in cui integrarsi. Noi calabresi, con la nostra storia impressa nel DNA, conosciamo fin troppo bene il significato doloroso dell’emigrazione, il peso dei pregiudizi e la fatica di ricominciare altrove. Proprio per questa memoria storica, un’intera città o una comunità non può e non deve essere etichettata negativamente per le azioni sconsiderate di pochi.

Quanto accaduto a Siderno rappresenta un campanello d’allarme che deve interrogare le coscienze di tutti, senza distinzioni. La violenza e l’intolleranza non si sconfiggono con la rabbia reattiva, ma con un impegno strutturale e duraturo. È necessario mettere in atto un lavoro profondo che riparta dai pilastri fondamentali della nostra società: Le famiglie: primo e insostituibile presidio di ascolto, dialogo e guida quotidiana per i ragazzi. La scuola: luogo fondamentale in cui insegnare il valore della cittadinanza, della cultura e del rispetto reciproco. Le istituzioni e la comunità: chiamate a fare rete, ad essere presenti sul territorio e a non lasciare soli né i giovani né i loro educatori.

Tutti noi abbiamo il dovere morale di trasmettere alle nuove generazioni il rispetto per l’altro, la solidarietà e il valore profondo dell’accoglienza. Ricostruire un tessuto sociale sano richiede pazienza, costanza e visione d’insieme, ma è l’unica strada percorribile per ritrovare noi stessi ed evitare che ferite simili tornino a segnare la nostra terra.

Antonio Tassone (direttore ecodellalocride.it)