TREDICI GOL DALLA BANDIERINA Sabato 8 alle 18 da MAG il reading-concerto di Ettore Castagna

COMUNICATO STAMPA

Leggere i passi del romanzo più divertente dell’autunno 2018 accompagnandosi con la chitarra. E’ quanto farà l’antropologo, musicista e scrittore Ettore Castagna sabato 8 dicembre alle ore 18 nello spazio culturale “MAG. La ladra di libri” di Siderno, quando presenterà “Tredici gol dalla bandierina” (2018, Rubbettino) unica tappa della provincia di Reggio Calabria di un tour che sta toccando le principali città italiane, con grande successo di pubblico e di critica anche da parte di chi per ragioni logistiche appare lontano da quella Catanzaro, pardon…”Catanzharu” degli anni ’70 e ’80 in cui è ambientata la storia che ha come protagonista l’adolescente Vito Librandi. In attesa di goderci il reading-concerto di sabato, dunque, riproponiamo alla vostra lettura la recensione del romanzo. L’adolescenza è adolescenza. Non contano periodo storico e latitudini, perchè quando sei adolescente ti sobbarchi un carico di dubbi, ansie e insicurezze che diventano ingovernabili se sei in preda ai sogni e agli ormoni. E’ stato così nell’America degli anni ’50 de “Il giovane Holden” di Salinger e nella Livorno degli anni ’90 di Pietro, protagonista del bel film “Ovosodo” di Paolo Virzì. Esattamente in mezzo a questi due esempi di adolescenza da cinema e letteratura, c’è la vita di un teenager della Catanzaro, anzi della…”Catanzharu” degli anni ’70, Una “piccola città, bastardo posto” in cui “on c’è nenta”, fuorchè il vento forte, “’u murzeddhu” e una squadra di calcio che in quegli anni militava in serie A. In quella Catanzaro che scopriva anche gli echi delle lotte studentesche e operaie del suo tempo, si snoda la vicenda umana di Vito Librandi, adolescente scarno e brufoloso, protagonista di “Tredici goal dalla bandierina” (2018, Rubbettino) di Ettore Castagna, romanzo spassosissimo, appassionante, entusiasiasmante, scritto con una prosa informale tipica di chi conosce “la grazia, o il tedio a morte, del vivere in provincia” e non ce la fa a proprio a prendersi sul serio. Nemmeno in tempi di grandi ideali, di manifestazioni contro il sistema, contro la Nato, il Pci imborghesito e i fascisti. No, la vicenda personale di Vito consta di giorni di protesta e bordello in piazza e momenti di solitudine e riflessione interiore, in cui il suo unico interlocutore ideale è Massimo Palanca, indimenticato bomber del Catanzaro dei tempi d’oro, che negli anni in cui Vito era adolescente, realizzò ben tredici goal dalla bandierina del calcio d’angolo. Ogni parabola a rientrare, calciata col piedino minuscolo dell’attaccante machigiano coi baffoni ancora più folti dei riccioli neri, diviene metafora dell’utopia che Vito insegue nella sua vita quotidiana di studente liceale alla ricerca di una propria identità e, nel dubbio, si conforma alla tendenza della sua generazione, fatta di ideali urlati nelle manifestazioni, di musica rock e concerti incasinati, delle prime figuracce nell’intimità con l’altro sesso e delle immancabili esperienze – per l’epoca – con ogni tipo di stupefacente. Ma con le sue scarpe Mecap economiche e puzzolenti, Vito e i suoi amici ne hanno fatta di strada, tanto da divertirsi anche quando il pranzo quotidiano era solo un panino con mortadella o una improponibile insalata al sapore di plastica acquistata nei supermarket britannici. Formidabili quegli anni, direbbe Mario Capanna. Formidabili perfino per chi vive alla periferia del mondo e si alimenta di sogni e di passioni. Come quella, mai sopita, per il calcio e per quel “Massimè” – Palanca, appunto – che come recitava il coro della curva Ovest “Pari ‘na molla, pari ‘na molla” che Vito spiava dalla tribuna durante gli allenamenti e che aveva scelto come suo immaginario confessore. Ma l’adolescenza finisce, svaniscono i sogni e ci si deve sobbarcare l’onore di affrontare la vita vera. E’ stato così anche per il giovane Vito, al quale il futuro ha riservato un lavoro e un futuro che non erano quelli immaginati, e soprattutto il peggiore degli adii: la cessione di Palanca al Napoli. E’ l’unico retrogusto amaro di un romanzo brioso, godibile e che cattura il lettore dalla prima all’ultima pagina, arricchito da un’appendice di un frasario “catanzharese-italiano” che, più che spiegare le espressioni di “slang” usate nel libro, sembra voler offrire l’ennesima occasione per fare divertire il lettore.