Articolo del Corriere sulla ‘Ndrangheta a Milano

Non c’è stato luogo, in questi ultimi dieci anni, nel quale s’è parlato di più del rischio di infiltrazioni della mafia, di affari sporchi della ‘ndrangheta, di presenza dei clan, come a Milano. Tanto che a un certo punto qualcuno ha pure pensato che tutti questi allarmi fossero eccessivi. O quantomeno ridondanti. E in effetti se ci si limita all’Expo, le indagini hanno rivelato tentativi tutto sommato timidi rispetto ai timori della vigilia. Eppure la storia dice che chi ha espresso quei timori non solo non aveva torto, ma aveva ragione da vendere. Per comprenderlo basta analizzare quattro casi quasi paradigmatici: il bar «Vecchia Milano» di corso Europa comprato dalla potentissima famiglia Barbaro di Platì, la farmacia di piazza Caiazzo ombra dei Romeo di San Luca, le società create all’interno dell’Ortomercato da Antonio Piromalli di Gioia Tauro, e da ultima, la vicenda del bar «Pirelli Nove» in mano agli Alvaro di Sinopoli, scoperta ieri dalla Guardia di finanza. In tutti questi casi ci sono due costanti. La prima: sono coinvolti i clan più importanti della ‘ndrangheta, casati criminali con un secolo e più di storia che hanno attraversato le stagioni dei furti di bestiame, le due guerre di mafia, il tempo dei sequestri di persona, e che hanno un ruolo enorme (non solo su scala nazionale ma mondiale) nel traffico di cocaina. La principale fonte di ricchezza delle cosche. L’altra costante è legata al coinvolgimento diretto di uomini di primo piano del clan in questi affari. Perché è vero che i calabresi si affidano ai colletti bianchi, a quell’ormai famoso «capitale sociale» di professionisti, espressione coniata dal sociologo Rocco Sciarrone, ma per una sorta di bisogno arcaico e quasi contadino di toccare con mano i frutti del proprio lavoro, ogni business ha visto la presenza fisica a Milano di personaggi di primissimo piano – se non addirittura capi – delle cosche. Così, al bar Vecchia Milano (oggi chiuso, ma non per ordine della magistratura) si vedeva Rocco Barbaro, soprannominato ‘u sparitu, a lungo latitante e indicato come il reggente (fino al suo arresto avvenuto un anno fa a Platì) dell’intero «consiglio d’amministrazione delle cosche» della Lombardia. Lui figlio del più vecchio e influente boss della ‘ndrangheta d’Aspromonte ancora in vita, Francesco Barbaro detto ciccio ‘u castanu, classe 1927. Ancora più visibile è stata la presenza di Antonio Piromalli, figlio di Giuseppe facciazza, e nipote di don mommo Piromalli, che una volta scarcerato dopo aver scontato una condanna per mafia ha deciso di «passeggiare» all’interno dei Mercati generali di via Lombroso per mostrare agli altri grossisti che il «padrone» dell’Ortomercato era tornato al suo posto. I Romeo, del potente ramo di Sebastiano staccu di San Luca, hanno invece avuto a Milano uno dei loro uomini migliori: Giuseppe Calabrò, detto ‘u dutturicchiu, uno dei più importanti broker della cocaina (oggi libero). Lui, imparentato con i Romeo, nella farmacia di piazza Caiazzo aveva addirittura messo il figlio a lavorare. Non figure di secondo piano, quindi. Ma gli «uomini migliori» delle cosche legati a doppio filo da vincoli di sangue. Proprio uno degli aspetti che più garantisce la «potenza e l’impenetrabilità» della mafia calabrese. Antonio Piromalli Ma perché nonostante gli oltre mille arresti negli ultimi otto anni in Lombardia, le cosche continuano a considerare Milano come un territorio così «sicuro» da scegliere di investire i propri denari quasi alla luce del sole (spesso i prestanome sono semplici parenti incensurati) e in luoghi tanto visibili? La risposta più scontata è che i clan scelgono di investire dove più facilmente possono fare soldi. E certamente tra un locale a Milano e uno in provincia non ci vuole una laurea in marketing per capire dove buttare denaro. Ma questo è vero solo in parte. Perché le cosche hanno già enormi capitali, garantiti dal traffico di cocaina. Il problema, semmai, è trovare un modo legale per giustificare tanta ricchezza e renderla utilizzabile. Quello che i clan hanno capito, e lo hanno capito benissimo, è che le pene per l’evasione fiscale (gli Alvaro hanno fatto 8 milioni di euro con le fatture false in pochi anni) nel nostro Paese sono ridicole. Così come il rischio di essere scoperti, tanto il fenomeno è diffuso. È quindi vero, come sostiene il capo della Dda Alessandra Dolci, che oggi i clan sfruttano i meccanismi fiscali per fare soldi come lo hanno fatto per anni con la droga. Ma è anche vero che, benché l’aggravante mafiosa aumenti le pene per il singolo reato, un’indagine per traffico di stupefacenti porta anche a 27 anni di condanna, una per frode fiscale a pochi mesi. E di fatto fa diventare il mafioso un criminale qualsiasi, perché nell’immaginario collettivo un mafioso è certamente un criminale. Ma un evasore lo sembra un po’ di meno.

fonte: Cesare Giuzzi – Notizia tratta da: corriere.it